Dalla sfida tricolore Pietrangeli-Panatta a Jannik Sinner

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Cinquant’anni fa, il 27 settembre 1970, a Bologna, si materializzava uno di quegli eventi epocali destinati a rappresentare una tappa fondamentale nelle vicende sportive di un paese.

Stiamo parlando dei campionati italiani assoluti di tennis, quando contavano ancora davvero, per prestigio, parterre e gerarchia. Di fronte il trentasettenne Nicola Pietrangeli, due volte dominatore al Roland Garros e due volte finalista in Coppa Davis, e il ventenne romano Adriano Panatta, capello lungo e una mai negata passione per … beh, lasciamo perdere, sarebbe una botta di maschilismo politicamente scorretto.

Cinque lunghi set tra il vecchio ma indomito campione, che allunga sul 4-1 nella partita decisiva, e il giovane rampante, che rimonta e – nello stupore generale – vince il primo dei suoi sei titoli consecutivi, che lo condurranno ad essere uno dei protagonisti dell’ultima stagione d’oro del tennis maschile nostrano.

Gli anni settanta: l’ultimo Laver, Ashe, Nastase, Kodes, Newcombe, Connors, Borg “macchina lanciapalle”, l’affacciarsi di un giovane Mc Enroe. Ma anche, per noi, Panatta che vince a Roma e Parigi (ultimo italiano a riuscirci, in entrambi i casi), la Coppa Davis del 1976, Barazzutti che scambia 284 volte una palla con Higueras prima del punto… Tutti, all’epoca, giocavano, ed era uno spettacolo vedere panzuti salumieri sfidare a singolar (o doppia) tenzone sudatissimi impiegati in uno dei tanti tornei che affastellavano ogni circolo d’Italia. Trovare un campo – e ce n’erano ben più di adesso – sfidava la pazienza di Giobbe, e quando non si riusciva partivano i surrogati: pallatennis, tennisoft, ping-tennis, e persino i primi giochi, diciamo così, elettronici strizzavano l’occhio al tennis, con due barrette luminose a palleggiare un puntino, pareti laterali incluse.

Poi è cambiato tutto. E se Thoeni e la valanga azzurra – altro fenomeno degli anni settanta, e ci aggiungerei la Lancia Stratos – hanno avuto un seguito prossimo con Tomba, Deborah Compagnoni e tanti altri campioni in azzurro o in rosa, nel tennis no. Hanno avuto palcoscenici la Francia, la Spagna, i paesi dell’est europeo e soprattutto la Svizzera, capace di trovare in Roger Federer uno di quei fuoriclasse da raccontare nelle nostre storie.

Anche per questo vogliamo salutare con simpatia e un pizzico di speranza la vittoria di Sofia di Jannik Sinner, che a poco più di diciannove anni è diventato il più giovane tennista italiano capace di vincere un torneo ATP.

Sinner viene da San Candido, Innichen per i tirolesi DOC, a pochi chilometri dal confine, patria dello speck, non distante dalle sorgenti della Drava, bacino del bel Danubio blu. Porta le insegne del grande sport altoatesino al di fuori dei campi abituali dello sci alpino e del biathlon.

Chissà che non riesca a riportare tutti gli italiani a sudare su uno dei tanti, troppi, dimenticati campi da tennis.

Giuseppe Viscardi

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