“L’alegria do povo brasileiro”

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“L’abilità consiste nel trasformare i propri limiti in virtu’”. Questa frase di Eduardo Galeano, il grande scrittore uruguaiano, racchiude la favola calcistica di uno dei più grandi calciatori che abbiano mai calcato un terreno di gioco, forse il migliore nell’incarnare il ruolo dell’ala, tutto finte e scatti.
Parliamo di Manoel Francisco Dos Santos, conosciuto come Garrincha, lo straordinario numero sette del Botafogo e della nazionale verde-oro, che trascinò alla vittoria finale nei mondiali in Cile nel 1962 e che fece parte di quell’attacco formidabile (Garrincha, Didì, Vavà, Pelé e Zagallo, quasi una filastrocca…) trionfatore quattro anni prima in Svezia con il non ancora diciottenne Pelé sugli scudi. Mané nacque il 28 ottobre del 1933 a Pau Grande, dimenticata periferia di Rio ed il soprannome gli fu dato da una delle sue sorelle per il suo aspetto minuto che ricordava un passerotto, uno di quegli uccelli che da ragazzo cacciava nelle foreste brasiliane.

Garrincha era venuto al mondo nella povertà, con un accentuato strabismo, con la spina dorsale storta ed una gamba più corta di sei centimetri rispetto all’altra. Proprio a causa di questa menomazione era dotato di una finta e di un gioco di gambe unici, che mettevano a sedere anche i più quotati avversari dell’epoca, come era capitato a Nilton Santos, terzino sinistro , detto “A enciclopedia”, un monumento della nazionale che quando si trovò davanti Garrincha in un provino nel Botafogo, di cui era il leader, fece una figuraccia davanti a questo ragazzo . “ Compriamolo subito!” sentenziò Nilton e Mané venne acquistato per cinquecento cruzeiros ed iniziò la sua avventura tra i mitici “Fogao” di Rio de Janeiro.

Aveva una passione sfrenata per l’alcool e per le donne, con quattordici figli ufficiali sparsi per il mondo, ai mondiali in Svezia saltò le prime due partite perché ubriaco ma nella terza contro l’Urss vinse praticamente la partita da solo con una straordinaria prestazione, poi quattro anni dopo in Cile l’infortunio a sua maestà Pelé lo innalzò a numero uno, anche se nella semifinale contro i padroni di casa venne espulso per aver preso a calci nel sedere un avversario. Venne perdonato e protagonista nella finale vincente di pochi giorni dopo contro la Cecoslovacchia.

Solo nella sua cinquantesima ed ultima esibizione con il “Brasil”, ai mondiali del 1966 in Inghilterra, perse la sua prima ed unica partita con la “Selecao”, contro l’Ungheria trascinata da Florian Albert.

Povero Mané, che morì in povertà a nemmeno cinquant’anni per una cirrosi epatica nella sua Rio, con i litri di cachaca che gli spappolarono il fegato, quel vizio che fu l’unica cosa che non riuscì a dribblare nella sua vita. Qui riposa in pace colui che fu  l’allegria del popolo… così recita l’epitaffio sulla tomba “dell’angelo con le gambe storte”,  di colui che fu per anni “l’alegria do povo brasileiro”.

MARCO FERRERA          

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