Fabio Quagliarella, il “Giuseppe Verdi” blucerchiato

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Amici che seguite queste pagine, è per me un grande piacere ed un onore tornare a collaborare con il vostro sito sportivo preferito dopo tanti anni. Acqua sotto i ponti ne è passata davvero tanta. Chissà che fine hanno fatto Sgrò, Ficini, Munch, Sobczak, e tanti altri protagonisti delle nostre prime chiacchierate.

Nel frattempo, però, è cambiato il calcio, è cambiato il modo di raccontarlo, e – insomma – trovare qualcosa di originale da dire è diventato praticamente impossibile. Mi è allora venuta la pensata – non so quanto originale – di collegare gli eventi sportivi (soprattutto calcistici) a figure carismatiche dello sport, ma forse e ancora di più della cultura: musica, letteratura, cinema, teatro. Una sorta di “Galleria dei fuoriclasse” che a volte ho avuto la fortuna di vedere e a volte no, ma che – letto, ascoltato, visto – trovo comunque a disposizione di ciascuno di noi.

Guardate, questo è una sorta di “Numero zero”. Vediamo che accoglienza riceverà. Se incontrerò i gusti di chi, anche di sfuggita, mi darà un’occhiata, non solo proseguirò, ma sarò lieto di creare un contraddittorio vivo e vitale con chiunque riterrà di esporre la propria opinione. Perché – già che parleremo di “fuoriclasse”, a mio vedere una categoria quasi oggettiva – ci sta che proprio in quell’avverbio – quasi – si annidi il consenso o la disapprovazione.

Non la faccio lunga. Inizio da Giuseppe Verdi. Ho due motivi per farlo: il primo è che il nonno dell’attuale direttore di questa testata è stato il più grande esperto del “Cigno di Busseto” che io abbia mai conosciuto. Sciorinava aneddoti ed interpretazioni verdiane da ricordare un teologo impegnato nell’esegesi biblica, e mi è cara l’occasione per ricordarlo qui. Il secondo è che, per tutti, persino per chi non ama la musica lirica, Verdi rappresenta quello che con un’immagine oggi molto diffusa viene definito “un’icona”. E’ “il” compositore d’opera. Per carità, bravi e belli anche altri, ok? Nessuno si offenda. Ma Verdi è Verdi, persino per chi preferisce Rossini per suoi gusti personali (io).

Uno dei motivi per i quali Verdi è Verdi è che le sue opere migliori – se si può usare una categoria così poco tecnica, mi perdonino gli appassionati veri – appartengono a tutte le stagioni della sua vita. Opere meravigliose dell’età giovanile, dell’epoca della fama, della maturità, da ottantenne.

Tutto questo per raccontare Fabio Quagliarella, che va verso le trentotto primavere e che continua a regalare perle d’immortalità calcistica.

Segnò reti splendide da giovane – chi non ricorda il pallonetto di Verona? – e poi da attaccante maturo, e continua a deliziare il palato con colpi di alta classe. La frustata di testa per il vantaggio contro la Lazio è da far vedere ai bambini (se si potesse farli giocare, ahinoi…) su come si galleggia per aria, si carica con gambe e schiena, si tengono gli occhi ben aperti.

Centosessantasette gol in serie A, e con un’alta percentuale di realizzazioni difficili – tanto per dire: pensate ai pur tanti gol di Filippo Inzaghi – fanno del capitano blucerchiato un esempio non solo di ammirevole durata (non sarebbe certo il solo), ma di encomiabile continuità a livelli talmente elevati da fargli vincere a trentacinque anni un titolo di capocannoniere e il premio per il gol più bello, quello al Napoli.

Perché il Giuseppe Verdi blucerchiato sa fare soprattutto gol belli e difficili. Da ragazzo, e anche…da eterno ragazzo.

Ben ritrovati, e a voi la parola!

Giuseppe Viscardi

 

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