Dio si riprende il piede sinistro. Ciao Mariolino!

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La definizione migliore la diede Gianni Brera: Mario Corso, participio passato del verbo correre. Ed in effetti la corsa non era la sua qualità principale, lui che però la palla la faceva cantare e viaggiare. Se ne è andato a due mesi dal suo settantottesimo compleanno un artista del calcio, protagonista in quella grande Inter che negli anni sessanta vinse tutto, quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Intercontinentali, con quel gol a Madrid nello spareggio contro l’Independiente segnato nel 1964 che resta il gol più importante della carriera anche se a lui piaceva ricordare anche quella volta in cui nel derby di ritorno contro il Milan beffò Cudicini con una delle sue celebri punizioni a foglia morta, in quella stagione in cui i nerazzurri affidati a “Robiolina” Invernizzi dopo la gestione sciagurata di Heriberto Herrera seppero rimontare sette punti ai cugini e vincere lo scudetto.

Era soprannominato “Mandrake” o “piede sinistro di Dio”, era amato da Angelo Moratti e sopportato dal Mago Herrera, che ne pativa la personalità, giocava con i calzettoni arrotolati alla sudamericana, alla “cacaiola”, perché il suo idolo era Omar Sivori, questo veronese di San Michele Extra che arrivò non ancora maggiorenne all’Inter e vi rimase dal 1958 al 1973; quando Helenio tornò all’Inter con Fraizzoli presidente per lui non ci fu più posto in quella mitica formazione che iniziava immancabilmente con Sarti, Burgnich, Facchetti .
Venne ceduto al Genoa e per ironia della sorte la prima partita della stagione successiva, era il 7 ottobre 1973, il Grifone appena ritornato nella massima serie esordì proprio a San Siro, contro i nerazzurri: e sotto la pioggia, con quindicimila genoani sugli spalti, finì senza reti, con San Siro che gli tributò un’ovazione da brividi, facendo capire che la gente stava con lui e non con il “Mago”. Con il Grifone non ebbe grande fortuna , solo ventisei presenze e tre reti spalmate in due stagioni, una nella massima serie e la seconda con pochissime apparizioni in serie B dopo un grave incidente ma la sua presenza carismatica , in quella squadra guidata da “Sandokan” Silvestri, infiammava la gente, delle tre reti di quel campionato ne arrivò anche una contro la sua Inter, nella prima di ritorno, di testa, lui che quella parte del corpo la usava raramente, come il piede destro. Si ricorda un suo rigore fallito contro la Juventus opposto a Zoff in quella stagione che portò alla retrocessione, con il primo grave infortunio nel settembre successivo, in una partita di Coppa Italia contro la Roma a Marassi, quando nello scontro con Negrisolo si ruppe la preziosissima tibia sinistra. Il Genoa guidato da Guidone Vincenzi stenta nella parte sinistra della classifica, arriva alla guida un giovanissimo Gigi Simoni e nel ritorno Corso rientra in campo, il suo contributo porta punti ed entusiasmo ma a Palermo arriva un nuovo infortunio. Mariolino però non vuole arrendersi, vuole rientrare in quel Genoa dove si sta imponendo all’attenzione un giovane bomber che si chiama Pruzzo ma nel novembre successivo, sul campo di Bavari dove il Genoa si allenava, arriva l’ennesimo stop e dice addio al calcio giocato.
Un artista del calcio, sembrava davvero giocasse sulle punte, come un ballerino della Scala… ma la sua Scala era San Siro, dove mandò per anni in visibilio la folla nerazzurra anche se in Nazionale, come tutti i geni del calcio, non venne molto compreso, per lui solo 23 partite con 4 reti e nessuna partecipazione a Mondiali ed Europei, sistematicamente ignorato dai c.t.
Addio Mariolino, che quando arrivavi nella tribuna stampa di Marassi avevi sempre una parola gentile per tutti, con quella vocina bassa, gli occhi sempre assonnati ma quell’amore per la maglia rossoblù, breve ma intenso, ti era rimasto e quando guardavi la gradinata Nord ti si illuminava lo sguardo e pensavi alla bellezza ed al fascino di un calcio ormai lontano ed irripetibile.
Marco Ferrera
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