Inter, Milan e Juventus: un 22 maggio da celebrare

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Il 22 maggio una data da ricordare, per la vittoria di tre squadre italiane nella Champions League, quella che era una volta la Coppa dei Campioni. Così si chiamava nel 1963, quando il Milan guidato da Nereo Rocco s’impose a Londra, nel mitico catino di Wembley, contro il favorito Benfica della perla nera del Mozambico, lo straordinario Eusebio. Quel giorno i milanesi scesero in campo con la maglia bianca e la voce di Niccolò Carosio arrivò in differita dagli schermi in bianco e nero nelle case degli italiani. Il “Diavolo” fu la prima squadra italiana a salire sul podio più alto, dopo che nel 1958 la Fiorentina era stata sconfitta dal Real Madrid, trionfatore nelle prime cinque edizioni. Dicevamo dei portoghesi, scesi in campo da favoriti dopo aver vinto le ultime due edizioni, con le quali i lusitani avevano interrotto il dominio delle “merengues”: tanti i campioni di quella formazione, dal portiere Costa Pereira al regista Coluna per non parlare degli attaccanti Torres e Simoes ma il numero uno era quel gigante che si chiamava Eusebio, che dopo nemmeno venti minuti s’involò e piantò in asso Trebbi e Trapattoni, infilando l’incolpevole Ghezzi, portiere rossonero. Un primo tempo appannaggio dei portoghesi anche se le cose presero una piega diversa quando Trapattoni si pose in marcatura a uomo su Coluna, il faro degli avversari, che fin lì aveva fatto il bello e cattivo tempo. Nella ripresa, catechizzati dal “Paron” Rocco negli spogliatoi, i rossoneri si scatenarono e sull’asse Rivera- Altafini costruirono la rimonta e nel giro di otto minuti, tra il tredicesimo ed il ventunesimo, arrivò la doppietta del brasiliano José, imbeccato dai tocchi magici dell’abatino, al secolo Gianni Rivera, non ancora ventenne ma capace di giocate straordinarie . E fu trionfo, con le mani di capitan Cesare Maldini che alzarono nel cielo londinese l’agognata coppa.

Lo stesso giorno di ventitre anni dopo , è il 1996, la Juventus gioca all’Olimpico di Roma la finale contro l’Ajax, dal quale era stato sconfitto a Belgrado nel 1973 nell’atto conclusivo, quando i “lancieri” erano trascinati in campo da un certo Johann Cruyff: i bianconeri di Lippi volevano sfatare la maledizione di quella coppa che non riuscivano ad alzare, visto che anche nel 1983 un tiro di Magath, nella canicola di Atene, aveva sorpreso dalla distanza Dino Zoff, sovvertendo un pronostico che pendeva tutto dalla parte dei freschi campioni del mondo, rinforzati da due fenomeni come “Roi” Michel e “Zibi” Boniek. Era arrivata nel 1985 la vittoria contro il Liverpool nella tragica notte dell’Heysel ma quella coppa macchiata di sangue non poteva certamente essere considerata come un successo da ricordare.

Marcello Lippi, dopo la partenza di Baggio, aveva costruito una Juventus a sua immagine e somiglianza, un gruppo molto ben assortito, con campioni come Vialli, desideroso di prendersi una rivincita dopo la sconfitta in finale con la maglia della Samp tre anni prima a Londra ed un giovane Del Piero, con un paio di difensori di livello mondiale come Ferrara e Vierchowod, signori del centrocampo come Paolo Sousa e Deschamps, supportati dalla corsa di Antonio Conte e con comprimari preziosi come Torricelli e Padovano ed un attaccante generosissimo come “Penna bianca” Ravanelli, che dopo dodici minuti si avventò su una palla gestita male dalla retroguardia olandese e da posizione impossibile infilò nella porta sguarnita del colpevole Van Der Saar, che sarebbe poi diventato portiere juventino. L’undici bianconero sembrava padrone del campo, fallì un paio di buone occasioni per mettere in ghiaccio il match ed a fine primo tempo il finlandese Litmanen pareggiò il conto. Nella ripresa il solo Vialli ebbe una buona occasione per riportare avanti i suoi ed il match si trascinò ai calci di rigore, dove divenne protagonista Angelo Peruzzi, che nel 1984, ragazzino, faceva il raccattapalle nel famoso atto conclusivo tra Roma e Liverpool in quello stesso stadio, nella serata più bella ed insieme più tragica, sportivamente parlando, vissuta dai tifosi giallorossi nella loro storia.

Quella sera Peruzzi si oppose ai tiri dal dischetto di Davids, altro futuro juventino e di Silooy e quando Jugovic infilò la sfera alle spalle di Van Der Saar fu davvero festa grande per la squadra ed il popolo bianconero.

E voliamo al 22 maggio di dieci anni fa, quando Diego Milito , detto “il principe”, divenne il re del Bernabeu, siglando la doppietta con cui l’Inter di Mourinho centrò il “triplete”, dopo il campionato e la Coppa Italia. Una serata magica per la “beneamata”, contro i tedeschi guidati in panchina dal “santone” Van Gaal e con in campo stelle di prima grandezza come Lahm, Scweinsteiger, Thomas Mueller, Olic , Klose ed il temutissimo Robbem, orfano sull’altra fascia d’attacco del suo gemello Ribery, squalificato per l’atto finale al pari dell’interista Thiago Motta. Quella sera Mou sopperì all’assenza dell’ex genoano con Chivu, avanzando Zanetti a centrocampo di fianco a Cambiasso e Sneijder, con il tridente formato da Eto’o, Goran Pandev e Milito. Al trentacinquesimo l’ex genoano scambia con Sneijder , si presenta davanti al portiere e lo infila con un morbido semi-pallonetto. Tante emozioni nella ripresa, con Julio Cesar, portiere interista, protagonista su Mueller e Robben e con Pandev vicinissimo al raddoppio, che arriverà a venti minuti dalla fine quando ancora Milito, servito da Eto’o, entra in area, scherza con la sua tipica finta e la sterzata improvvisa Van Buyten ed infila di giustezza l’incolpevole Butt, per la terza vittoria nella “coppa dalle grandi orecchie” dopo i trionfi degli anni sessanta targati Helenio Herrera.

Marco Ferrera

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