Il responsabile medico: le figure storiche per Genoa e Sampdoria

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Qual è il ruolo più importante, oggidì, in un società di calcio? No, non è il presidente e neppure l’allenatore. In tempi di coronavirus, le gerarchie si sono completamente stravolte. Chi comanda veramente è il responsabile medico, che per decenni è stato considerato marginale. Ora pendiamo tutti dalle labbra del medico sociale, cui le normative più recenti hanno attribuito peso e responsabilità insostenibili. Hanno ragione questi professionisti a protestare e a chiedere chiarezza: se un domani si registrasse un qualsiasi sfregio al sin troppo noto protocollo da parte di qualsiasi tesserato, sarebbe il sanitario a pagare, addirittura con conseguenze di carattere penale. Un compito improbo, che contempla una disponibilità assoluta, un’attenzione massima, una presenza costante: tutte  qualità che i medici sociali possono garantire sino ad un certo punto. Ormai i confini del grottesco sono stati abbondantemente superati.

I dottori si stanno facendo sentire, soprattutto attraverso le dichiarazioni di chi presiede la loro federazione nazionale: una nostra vecchia conoscenza, quel Maurizio Casasco che nella sua precedente vita professionale è stto per due anni – non esaltanti, a dire il vero – direttore sportivo del Genoa. Laureato in medicina vocato alla carriera manageriale, eccolo riapparire con ben altri incarichi, ancor più prestigiosi, ma senza aver perso la tradizionale verve.

Di sicuro Casasco combatterà anche a nome dei due suoi colleghi impiegati nelle trincee genovesi. Amedeo Baldari è ormai un’istituzione in casa Samp. Lo ricordiamo agli inizi della sua avventura blucerchiata: ai giornalisti si avvicinava timidissimo e con la paura di violare anche involontariamente la riservatezza riguardo a questo o quel calciatore. Ce n’è voluto per entrare in confidenza col personaggio e guadagnare la sua fiducia. Adesso non sfugge più al dialogo con i cronisti, che accoglie con un sorriso e la massima disponibilità a collaborare. Per i suoi ragazzi è una sorta di fratello maggiore, sempre pacato e amichevole. Di recente ha dovuto suo malgrado approfondire in via diretta la conoscenza con il Coronavirus, superando alla grande un… esame che avrebbe volentieri evitato. Ora che è guarito, eccolo sommerso dagli oneri crescenti legati all’incarico.

Il suo dirimpettaio rossoblù, Pietro Gatto, ha respirato l’aria del Genoa sin da bimbo, quando con i fratelli e mamma Marcella seguiva papà Pigi nelle sue molteplici avventure come medico rossoblù. Pietro è animato dalla sessa passione, pur essendo caratterialmente diverso: rispetto al genitore, appare più riservato, meno esuberante, più riflessivo. Interpreta il ruolo con maggior distacco, forse adeguando il proprio comportamento alle moderne esigenze di privacy. Sulle sue qualità professionali, però, nessun dubbio.

Lo ricordiamo infante, al pari di Paolo (oggi uno degli animatori di Fondazione Genoa), spasimare per il Grifo non solo in tribuna a Marassi ma anche in centinaia di stadi “foresti” dove si esibivano i rossoblù. Ogni due domeniche partivano da Genova due Mercedes: una guidata dal presidente Renzo Fossati (con la moglie Marisa ed uno stuolo di figlioli) e l’altra condotta da Pigi Gatto, accompagnato dalla consorte e dai suoi bimbi, poi divenuti ragazzi. D’altronde, Gatto senior era ben più di un semplice medico: tanto da guadagnarsi l’ingresso nel consiglio di amministrazione rossoblù e l’imperitura stima del “Sciu Rensu”. Divenne famoso nel lontano 1981 quando, allo stadio di Firenze, si precipitò verso Antognoni, colpito da Martna con una tremenda ginocchiata al capo e praticò al capitano viola un provvidenziale massaggio cardiaco. Un tipo estroverso e un po’ guascone, Pigi, cui piaceva apparire sugli organi di stampa: all’uopo, in tempo di campagna acquisti, avvertiva gli amici giornalisti su tempo e luogo delle visite mediche dei neo genoani per poter essere immortalato al loro fianco.

Gatto ha vissuto da co-protagonista la lunghissima e discussa era fossatiana, ma in fatto di fedeltà alla causa, meglio di lui ha compiuto, nell’altra società cittadina, Andrea Chiapuzzo, che ci ha lasciato poco più di un mese fa, a 90 anni compiuti. Non è forse un record tenersi stretta la carica di responsabile sanitario per 34 anni, dal ’61 al ’95? Negli anni ’80 era uno degli ortopedici più prestigiosi d’Italia. La sua specialità riconosciuta era l’operazione al menisco, che lui praticò su decine di calciatori. Ne ricordiamo uno tra molti: il difensore Carrera, che dopo il mitico Paolo Rossi era il miglior giocatore del Vicenza dei miracoli. Chiapuzzo, illustre luminare, dirigeva da par suo i medici più giovani che frequentavano il campo di allenamento, ma in occasione delle partite ufficiali tornava protagonista. Lo ricordiamo a festeggiare con il presidente Paolo Mantovani tutti i successi di una squadra inarrivabile e trepidare durante le finali europee. Personaggio brillante, amante della caccia e della buona cucina, facondo compagno di tavola nelle serate conviviali, ha frequentato sino agli ultimi mesi di vita la tribuna centrale del Ferraris, scendendo in riva al rare dalla sua Fresonara, borgo del Novese da lui mai abbandonato.

Pierluigi Gambino

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