Addio al calciatore-poeta

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Se ne è andato Ezio Vendrame, ci lascia un altro dei grandi personaggi che segnarono il calcio degli anni settanta, quello vero , quello della provincia, così lontano da quello finto e plasticato degli ultimi anni. Nato a Casarsa della Delizia, in Friuli, nel 1947, il paese di nascita di Pier Paolo Pasolini, terra di vini splendidi e persone leali, la sua vita fu segnata dall’infanzia in orfanotrofio; Ezio però aveva nei piedi un talento smisurato e fece innamorare ad inizio degli anni settanta i tifosi del Lanerossi Vicenza, quella squadra con le maglie a righe bianco-rosse con la “R” sul petto, con lo stadio Menti che ci rimanda a quelle inquadrature con un palo in tribuna che precludeva in parte le riprese televisive. Un solo gol in quarantasei presenze con la maglia dei veneti, in un derby contro il Verona finito 2-2 ma lui amava più i dribbling e gli assist , questo George Best italiano che si vantava di aver fatto sesso con centinaia di donne ma di averle tutte amate, come quella giovane prostituta genovese che conobbe a Ferrara, dove con la maglia della Spal esplose il suo talento , indimenticabile un episodio ad Udine quando contro la sua ex squadra, insultato e deriso, andò a battere un corner, si soffiò il naso in gesto di sfida con la bandierina e segnò direttamente, dopo aver “accusato” il gol ai tifosi friulani.
Uno a cui piaceva bere, fumare e fare all’amore, “meglio se prima delle partite, mi carica..” diceva, il calcio non riuscì a soffocare la sua personalità e la sua voglia di libertà, una libertà spesso espressa sul rettangolo di gioco, un giorno al “Menti” a centrocampo si alzò con entrambi i piedi sulla palla mettendosi le mani sulla fronte, gli chiesero del perché di quel gesto e lui rispose che lo aveva fatto per vedere meglio il compagno da lanciare, in un’altra circostanza, si giocava Padova-Cremonese, lui era il capitano dei veneti ed ai grigiorossi serviva un punto per salvarsi: ci fu un accordo per un patto di non belligeranza ma per Ezio si trattava di una presa in giro per il pubblico, prese palla, dribblò tutti, portiere compreso ma una volta sulla riga di porta tornò indietro con la sfera….
Dal Vicenza venne ceduto al Napoli ma sotto il Vesuvio collezionò solo tre presenze, pagando un rapporto conflittuale con un sergente di ferro come Luis Vinicio , volle terminare la carriera a casa, con la Junior Casarsa, dove venne squalificato a vita per aver strappato il fischietto dalla bocca dell’arbitro. La squalifica venne poi sanata e cominciò ad insegnare calcio ma soprattutto vita ai giovani della Sanvitese, sul Tagliamento, dove però era detestato da tanti genitori benpensanti che ne chiesero il licenziamento, lui che ai ragazzi insegnava che prima del calcio viene la vita, di cacciare le play-station e di andare a donne…
Un uomo decisamente fuori dalle regole, lui che elencava Maradona, Zigoni e Meroni come i suoi idoli calcistici ma un uomo dal cuore d’oro, alla fine degli anni sessanta, ad inizio carriera, uscì da una boutique dove aveva comprato un cappotto , vide un ragazzo rom infreddolito e non esitò a toglierselo per regalarglielo, la sua vita fu segnata dall’amicizia con il poeta livornese Piero Ciampi, che conobbe grazie ad un amico comune nella sua esperienza partenopea; un giorno, giocava nel Padova, lo vide sugli spalti, fermò la palla con le mani per interrompere la partita per salutarlo da lontano…
Chi ancora, come noi, ama la poesia nel calcio, che è una metafora della vita, oggi è un po’ più triste perché se ne va uno di quei personaggi legati indissolubilmente a quel rettangolo di gioco che ormai da tempo non riconosciamo più.

Marco Ferrera 

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