Abdon Pamich e gli olimpici di oggi: “Ho visto facce fredde”

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“No, non sono ma tornato a Tokyo. Ho già dato abbastanza: le preolimpiche vinte nel ’63, l’oro ai Giochi del ’64… Era una città enorme e caotica già allora, figuriamoci adesso. La
lingua non consente di comunicare – anche se nel frattempo è intervenuto l’inglese – e in più le strade non hanno nomi: è impossibile orientarsi. Non fa per me”.

Sulla rivista Atletica, a pagina 16 in un’intervista a Guido Alessandrini, il marciatore campione olimpico a Tokyo 1964 Abdon Pamich rivive le sue emozioni personali e agonistiche.

Pamich nasce a Fiume (oggi Rijeka) il 3 ottobre 1933 e dopo la guerra si trasferisce  a Genova. E’ allenato da Giuseppe Malaspina. Quarantatrè volte azzurro dal 1954 al 1973, gareggia a cinque Olimpiadi. Portabandiera azzurro a Monaco 1972, è oro a Tokyo 1964, bronzo a Roma 1960 e quarto a Melbourne 1956.

Ecco cosa Pamich pensa a proposito della velocità preferita dal pubblico al fondo o al mezzofondo. “Capisco, ma le televisioni, quelle che impongono il taglio dei 5.000 e dei 10.000 dai meeting, e forse anche delsalto triplo, non sono obbligate a trasmettere tutte
e quattro le ore di una gara di 50 chilometri. Ma così va la storia, con tanti saluti
a una cultura ormai dimenticata, ad esempio, anche dagli inglesi e dagli italiani, se
è vero che il nostro tecnico migliore è andato ad allenare i cinesi. Un briciolo di
spazio, in questi anni più recenti, s’è creato in Sudamerica. Perché laggiù non
vivono comodi come gli altri: hanno ancora fame e voglia di soffrire”.

I valori, poi, oggi sono condizionati dal guadagno. “I nostri valori, quelli che facevano sognare – tra le tante cose – una vittoria nella Praga-Podebrady o sugli 83 chilometri della Londra-Brighton, non esistono più. Mi è capitato di premiare qualche vincitore di un meeting internazionale. Ho visto facce fredde, prive di emozioni, dopo che in pista o in pedana si erano scatenati con isterismi senza senso. Succede anche nel calcio: dopo un gol vedo gente che si ammucchia, sbracciandosi. Una volta bastava una pacca sulla spalla”. 

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