Gianluca Signorini 60 volte grande

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Il Capitano oggi avrebbe sessant’anni, quell’età in cui la maturità e la saggezza ti insegnano a non commettere gli errori e le leggerezze di quando eri giovane. Il Capitano sessant’anni li aveva anche quando guidava la difesa del Grifone, quello di Scoglio con la scalata in serie A e poi quello di Bagnoli, quello del quarto posto e dell’impresa di Anfield, contro il Liverpool, quella leadership e quel carisma che lo resero immortale quando un maledetto male lo strappò nel novembre 2002 ai suoi cari e a tutto il popolo genoano che lo amava e a tutti gli sportivi italiani.

Gianluca Signorini, nato a Pisa il 17 marzo 1960, che sotto la torre pendente iniziò e concluse una carriera che lo portò a vestire le maglie di Pietrasanta, Prato, Livorno, Ternana, Cavese, dove ebbe come maestro Corrado Viciani, quello del “gioco corto” della Ternana anni settanta e poi Parma, dove c’era Arrigo Sacchi, colui che quando andò al Milan pretese che un certo Franco Baresi imparasse i movimenti difensivi del Capitano, e poi una stagione a Roma, con Nils Liedholm, dove ebbe compagno quel Fulvio Collovati con cui fece le fortune del Genoa nei sette anni all’ombra della Lanterna.

Il Genoa di Scoglio, che pretese il suo acquisto arrivando a litigare con Spinelli “con lui verremo in serie A con 50 punti” disse il Professore (ed alla fine furono 51…) e le fantastiche stagioni con in panchina il “Mago della Bovisa”, fino a quel 4 giugno 1995 quando si giocava Genoa-Torino e la vittoria per 1-0 nell’ultima giornata sembrava non essere sufficiente ad evitare la retrocessione, con il Padova impegnato a Milano contro l’Inter; con le squadre già negli spogliatoi arrivò la notizia della rete di Del Vecchio ed il Capitano corse in campo in lacrime, lacrime di gioia e tensione nervosa, ad abbracciare idealmente tutta la Nord per quello spareggio raggiunto contro i veneti, poi perduto sei giorni dopo a Firenze.

Il suo ruolo era quello di libero, era l’ultimo baluardo davanti al portiere ed in quelle sue 234 volte con la maglia del club più antico d’Italia interpretò come pochi il suo compito di leader e di guida in campo e fuori dei suoi compagni, quella serata del 24 maggio 2001, davanti a 30000 cuori rossoblù, in tanti piansero e si commossero quando il Capitano entrò sul prato del Ferraris per quella che sarebbe stata la sua ultima volta sul prato vicino al Bisagno, con la carrozzella spinta dalla moglie e dai figli, da tanti ex compagni ed idealmente da tutti i tifosi, genoani e non.

Il 6 novembre dell’anno dopo arrivò il triste momento dell’ultimo viaggio del Capitano, con indosso quella maglia numero sei rossoblù con il Grifone su petto che nessuno ha più indossato, a rendere immortale un campione nello sport e nella vita, un vero Capitano.

Marco Ferrera

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