Il ricordo di Giuliano Taccola 51 anni dopo

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Cinquantuno anni… tanti ne sono passati dalla morte di un giovane attaccante venticinquenne, Giuliano Taccola, attaccante della Roma, negli spogliatoi dello stadio di Cagliari, nel vecchio “Amsicora” che sarebbe stato teatro di lì a poco dello storico ed unico scudetto degli isolani. Ma qui non vogliamo parlare di vittorie ma di una tragica storia, quella di un ragazzo pisano di Uliveto Terme, che stava scalando posizioni nelle gerarchie dei più forti attaccanti dell’epoca. Una carriera, quella di Giuliano, iniziata ad Alessandria e poi a Varese, poi acquistato dal Genoa, che lo diede in prestito ad Entella e Savona, dove con la maglia degli “striscioni” in terza serie nella stagione 1965-66 si mise in evidenza con 13 reti per poi giocare nel Grifone l’anno successivo in serie B, con 4 reti in 32 partite, prima di approdare alla Roma per novanta milioni di lire. Dieci reti nella prima stagione (in 29 presenze) con Oronzo Pugliese allenatore, l’anno successivo arrivò a guidare la “Lupa”, reduce dai trionfi meneghini, il mago Helenio Herrera e Taccola confermò le sue doti , di attaccante completo e velocissimo, capace di correre i cento metri in undici secondi.

Sette reti in dodici partite per lui, secondo solo all’inarrivabile Gigi Riva, per il “Mago” una pedina indispensabile per quella Roma cui il tecnico pluri-titolato voleva togliere l’etichetta di “Rometta”; ma Giuliano ad inizio anno comincia ad accusare problemi, si sente spesso stanco, la febbre va e viene , gli viene diagnosticata un’infezione alle tonsille e ad inizio febbraio viene operato. Il medico sociale vorrebbe mandarlo per un periodo di riposo in montagna ma per Herrera il giocatore è indispensabile per i suoi schemi; lui, figlio di un venditore ambulante, sposatosi a diciannove anni e con due figli piccoli, vuole giocare prima del tempo, anche perché in quegli anni i premi partita integravano e non poco lo stipendio. La convalescenza è breve, due settimane prima di Cagliari , il due Marzo, Taccola rientra e gioca poco più di un’ora a Genova contro la Sampdoria e viene sostituito per un infortunio al malleolo; due settimane dopo la formazione giallorossa è di scena a Cagliari, Taccola continua a non sentirsi bene , dopo gli allenamenti la febbre si alza e le iniezioni servono ad abbassarla…Herrera lo convoca ugualmente per la trasferta, anche se poi lo manda in tribuna insieme allo squalificato Cordova, in previsione della trasferta infrasettimanale a Brescia per la Coppa Italia, la partita finisce in parità e a fine match Taccola, insieme a Cordova, raggiunge i compagni negli spogliatoi per complimentarsi del risultato positivo. E qui si compie il dramma, il centravanti toscano si sente male, viene soccorso, forse si perde tempo prezioso ed è inutile la corsa all’ospedale dove ne viene diagnosticata la morte.

“Arresto cardio circolatorio” titolarono i giornali dell’epoca, si parlò addirittura degli effetti negativi di una bibita ghiacciata, erano anni in cui le visite di idoneità sportiva venivano effettuate a Coverciano: quando giocava nel Genoa, si parla di due stagioni prima, c’erano certificati che testimoniavano di una qualche patologia cardiaca, il calciatore aveva tempi di recupero faticosi, non doveva subire carichi eccessivi, sotto sforzo il cuore manifestava problemi… questa la cartella del povero Giuliano ma questa documentazione non venne mai trovata, in anni in cui se non si effettuavano le visite mediche le società rischiavano al massimo una multa.

I compagni sono affranti e disperati quando Helenio Herrera li raduna per comunicare la morte del compagno ma il “Mago” non vuole perdere tempo, il mercoledì si giocherà a Brescia per la coppa nazionale “Ragazzi, la vita continua, andiamo in ritiro che mercoledì abbiamo una partita importante”…

Cordova, Sirena e D’Amato si scagliano contro il cinico allenatore e vengono trattenuti a stento, si rifiutano di ritornare a Roma e rimangono nell’isola per vegliare il povero amico, accusando il cinico mister di pensare solo al calcio in un momento tragico come quello, in cui Giuliano lasciò per sempre la giovane moglie Marzia e due bimbi piccoli, per una tragedia rimasta alla fine senza colpevoli e che si sarebbe potuta evitare cogliendo i segnali che il calciatore aveva evidenziato negli ultimi tempi. Un’inchiesta aperta, archiviata e chiusa in pochi giorni, solo nel 1995 (21 anni dopo…) venne consegnata la perizia medico-legale alla povera vedova ed il caso venne archiviato senza colpevoli, lasciando il calcio italiano orfano di un promettente attaccante ed una compagna e due bimbi senza l’affetto più caro.

Marco Ferrera

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