Sconfitta determinata dalle panchine, la saggezza di Claudio per maggiore autostima

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Demme, Mertens e Politano da una parte, Maroni, Bonazzoli e Vieira dall’altra. La differenza tra Napoli e Sampdoria, in gran parte, sta proprio qui: nel valore dei cosiddetti ricambi. Sul 2-2, il posticipo del Ferraris ha mutato connotati proprio al momento delle sosstituzioni. Quelle operate da Claudio Ranieri sono state tutte obbligate da infortuni, quelle di Gattuso dal desiderio di rimescolare tecnicamente e tatticamente le carte. Non è un caso, insomma, che il lanciatissimo Ciuccio alla distanza l’abbia spuntata su un avversario degno di miglior risultato, ma povero di efficaci alternative in panchina.

All’allenatore doriano, principale artefice della resurrezione blucerchiata dopo un avvio stagionale da brividi, si può imputare – ad essere pignoli all’eccesso – la scelta di Maroni, mai visto seriamente all’opera sinora, per avvicendare Ramirez. Vero che il nuovo modulo – 4-3-1-2 – era stato alla base della metamorfosi registrata da metà primo tempo, ma con un antagonista del genere, in una gara tiratissima, sarebbe stato d’uopo affidarsi ad elementi più collaudati come, per esempio, Bertolacci.

Inezie, probabilmente, se rapportate alla jella che ha affondato la Samp, come se dovesse essere immediatamente restituita la fortuna ricevuta una settimana prima.
Sull’ultimo arbitraggio si può scrivere tutto e niente. L’annullamento del gol di Ramirez è stato un’offesa al calcio spettacolo, ma applicando rigorosamente un regolamento cervellotico, ci può stare.

La Var, dopo aver tolto, ha restituito in occasione del penalty concesso per atterramento di Quagliarella: decisione ineccepibile, ma non semplice da azzeccare senza l’ausilio dello strumento tecnologico. Acontorno degli episodi topici, più di un fischio assai generoso nei confronti degli ospiti, ma si tratta di un “dejà vu”, non certo di una clamorosa novità.

La Samp ha pagato i venti minuti iniziali di incredibile obnubilimento: un approccio mentale sbagliato, che ha pesato soprattutto nel festival delle belle statuine inscenato dai gendarmi doriani in occasione dei primi due gol partenopei. Tutta la squadra, però, ha avuto bisogno di una scintilla – il capolavoro di Quagliarella, immancabile giustiziere dei vecchi compagni azzurri – per svegliarsi dal torpore. Un’altra squadra, probabilmente, avrebbe mollato i pappafichi: invece la Samp ha cancellato il doppio svantaggio con ardore e convinzione.

L’errore di calcolo è arrivato dopo. Forse sospinto da un pubblico ammirevole, che già pregustava un fantastico sorpasso nel punteggio, l’undici doriano ha peccato di presunzione badando più alla ricerca del terzo gol che alla tutela del punticino. Un peccato grave, pagato a prezzo carissimo, complici anche quei forzati ritocchi alla formazione. E qui affiora il tema esistenziale. Se, mancando Quagliarella (esempio di longevità calcistica, ma pur sempre un 37enne e Ramirez (tecnicamente dotato ma non certo un prodigio di costanza) cala il buio più profondo, non ci si può che preoccupare.

Passi il doppio innesto difensivo (Tonelli e Yoshida non sono sprovveduti, semmai è Colley, distratto e insicuro, a suscitare allarme), ma in avanti l’organico è uscito indebolito: Caprari non sarà un fuoriclasse, ma in fatto di esperienza offre ben altre garanzie rispetto a La Gumina, che è lievemente più robusto del partente, ma non dispone di quelle caratteristiche (fisicità, statura, abilità nel gioco aereo) mancanti nel reparto offensivo.

Il mercato sampdoriano ha prodotto il… minimo indispensabile (i due difensori di piede destro), non certo quanto occorreva per assicurarsi una salvezza anticipata. Gi ultimi tre capitoli di campionato hanno acceso la spia rossa: non battere una formazione non trascendentale come il Sassuolo, ridotta in 10 uomini dopo mezz’ora, e incassare nove schiaffoni dal duo Lazio-Napoli induce a più di una riflessione. Il margine attivo sulle ultime tre non basta a fugare pessimi pensieri: serve una scossa, possibilmente già in casa del Torino, contro un undici che si rivelerà meno arrendevole, dopo aver praticamente costretto la società ad esonerare un tecnico tutto meno che amato come Mazzarri.

A chi affidarsi se non a Claudio Ranieri? E”uomo più saggio ed equilibrato del nostro calcio, il salvagente ideale sia per restituire autostima ad un gruppo abbastanza sfiduciato, sia per isolare la squadra dagli scricchiolii che si avvertono in una società dalle strutture sempre più pericolanti.

Pierluigi Gambino

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