Giocar bene non basta. Servono cinismo e concretezza

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Un punto a Firenze, uno a Bergamo: ci sarebbe da esultare se non fosse che, in un colpo solo, il Lecce ne ha intascato tre, battendo il simulacro di un Toro inguardabile e in crisi nerissima. Così la distanza del Grifo dalla zona salvezza è salita, e anche se potrà essere colmata, almeno in teoria, vincendo lo scontro diretto casalingo, non può non sorgere una viva preoccupazione.

Sia chiaro, quella salentina non è una squadra stellare, ma il suo collettivo funziona: formazione umile, schierata alla grande e anche rafforzata, seppur in modo non decisivo, sul mercato di gennaio.

Il mercato, già. Preziosi, tanto per cambiare, ha operato la solita rivoluzione, con sette volti nuovi ed altrettante partenze. L’organico rossoblù resta pletorico come se si giocasse a football americano, ma non è una novità: invece che diciotto uomini forti e scelti, il Joker se ne mette in casa  venticinque o anche più di valore ben più modesto: come se il regolamento lo premiasse concedendogli di scendere in campo con un elemento in più….

Battute a parte, l’operazione potenziamento è riuscita solo a metà. Di sicuro la difesa, con l’esperto Masiello e lo statuario Soumaoro, è più robusta e dovrebbe garantire una buona tenuta. Il centrocampo è stato sicuramente puntellato dal ritorno di Behrami, mentre Eriksson è ancora un mistero, pur con la speranza che si riveli più efficace rispetto alle alternative del settore – i vari Cassata, Radovanovic, Jagello, tanto per intenderci – che non si sono mai rivelati elementi degni della massima serie.

Un antico problema era ed è quello della scarsa produttività offensiva. L’impossibilità di trasferire Pinamonti ha probabilmente bloccato la ricerca di un ulteriore centravanti, ma quale altro sodalizio ne vanta addirittura tre? Purtroppo, né il trentino di cui sopra, né Favilli (sempre in bilico tra campo ed infermeria), né Destro (innesto ancora lontano dall’essere atleticamente presentabile) forniscono garanzie di prolificità. Tutti e tre manovrano bene, hanno anche imparato a sacriicarsi per la causa in fase di ripiegamento, ma in zona gol latitano terribilmente.

La dirigenza avrebbe potuto eludere il problema ingaggiando almeno una seconda punta di vaglia, ma pescare un giocatore a zero euro o giù di lì per un ruolo così delicato era un’utopia bella e buona. Persino l’arrivo di Iturbe è sfumato per ragioni di ingaggio: figuriamoci un qualsiasi atleta che avesse un certo costo di cartellino. Così ci si è accontentati di Iago Falque, talmente tonico che neppure in un Toro imbottito di assenti è stato preso in considerazione, e la mancata convocazione per la trasfeta di Bergamo è eloquente in merito. Così, in questo grigione assoluto, l’uomo più insidioso per le difese avversarie rischia di rivelarsi, da qui a maggio, Stefano Stiraro, non certo un attaccante puro, ma un centrocampista che sa inserirsi dalle retrovie. A Bergamo il sanremasco si è procurato un rigore ed ha servito l’assist del 2-1 a Sanabria, il quale – dopo mesi di naftalina, come una pecora nera – ha trovato in Nicola un mentore e sta segnando con discreta regolarità. Non è la punta d’appoggio che sognavano i tifosi – ancora scettici ricordando certe sue imprese autolesionistiche – ma in mancanza di meglio…

Chi vivrà vedrà. Di sicuro il Genoa dovrà crescere in cinismo e concretezza, poiché il giocar bene – conquista ormai acquisita, osservando i tangibili progressi di Schone – non basterà senza firmare qualche successo pieno. I pareggi – soprattutto quelli esterni ed insperati – corroborano il morale e l’autostima, ma per evitare che il Lecce scappi a gambe levate occorre innestare unì’altra marcia a livello di risultati. Sperando che, alla resa dei conti, non si debbano piangere calde lacrime sui fatali errori commessi a Ferrara, a Lecce, a Firenze, nella Torino bianconera, a Verona, a Parma, a Marassi col Milan e con la Roma: e forse ci dimentichiamo qualche altro peccato grave di tafazzismo….

Pierluigi Gambino

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