Solite carenze offensive ma è un punto da non buttare

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Non è proprio il caso di fare gli schizzinosi. Il solo obbiettivo stagionale di questa Samp è la salvezza, sicché il pari casalingo col Sassuolo va accolto con la fanfara. Dopo tutto, gli emiliani si sono rivelati anche in questo confronto diretto più tecnici e anche dinamici dei blucerchiati, riuscendo a mascherare a lungo – prima del giustificato crollo fisico, verso l’80’ – l’inferiorità numerica. L’onestà intellettuale ci impone di considerare l’espulsione di Peluso una clamorosa topica arbitrale del debuttante Piccinini che, come tutti i fischiettii alle prime armi, si è rivelato di manica più larga nei confronti dei padroni di casa, pur nel quadro di una direzione di gara infarcita di erroracci da matita rossa su ambo i fronti.

Mancando qualsiasi controprova, non è dato sapersi come si sarebbe sviluppata l’ultima ora di match con pari forze in campo, ma asserire che la Samp non abbia tratto vantaggio da quel cartellino rosso è un attentato alla ragionevolezza. Di sicuro i neroverdi hanno dovuto pigiare più volte il freno, pur senza mostrarsi rinunciatari, come attesta il palo colpito da Boga nella ripresa. Ovvio, con una situazione così favorevole era lecito confidare in un successo blucerchiato, ma il coraggio e la determinazione mostrati nel quarto conclusivo di sfida (dopo un primo tempo scialbo, inconcludente, deficitario sotto ogni aspetto) non sono bastati per trovare il pertugio vincente. Certi contesti aiutano a identificare i limiti costituzionali di una squadra, quella di Ranieri, dalla quale più di tanto non si può pretendere. Fanno difetto, rispetto alle edizioni stagionali precedenti, qualità e fantasia sia a centrocampo, sia in avanti. In troppe circostanze la manovra è sgorgata confusionaria e approssimativa, senza il necessario respiro. Hanno tradito soprattutto i calciatori più tecnici: in primis Ekdal, apparso lento e senza idee, come se la lunga assenza l’avesse infiacchito, ma anche l’evanescente Ramirez, raramente evidenziatosi.

Mai come in questa circostanza, con quella vagonata di traversoni da entrambe le fasce nella mezz’ora finale, si è avvertita l’assenza di un fromboliere d’area, di un ariete capace di risolvere il match con un’incornata perentoria. E’ un’antica carenza di casa Samp, cui la dirigenza non ha mai ovviato, forse anche per le scelte di allenatori (compreso il testaccino) evidentemente convinti che ci si possa imporre solo giocando palla a terra e negli spazi.

In avanscoperta, purtroppo, non c’è più un reale punto di riferimento. Di Quagliarella si rammenta solo una splendida girata finita a lato di un soffio: conclusione che avrebbe meritato miglior sorte. Per il resto, molte corse a vuoto ed una latitanza costante nel vivo dei sedici metri. Del suo partner Gabbiadini, dopo un primo tempo di allarmante inconsistenza, si ricordano invero dopo l’intervallo qualche tentativo di tiro e parecchi palloni ghiotti offerti ai compagni, ma non certo una presenza fattiva in zona gol. Anche l’esperimento della terza punta – Caprari – è naufragato nel mare d’improvvisazione che caratterizzava una Samp incapace di sfruttare come si deve l’uomo in più.

Siccome anche i centrocampisti e i difensori sono poverissimi di killer instinct, ecco confezionato lo “zero” nel tabellino dei gol realizzati.

La gente doriana, comunque, ha compreso la delicatezza del momento e, forse appagata dalla dichiarazione ufficiale del Viperetta riguardo all’intenzione di vendere la società, ha affrancato la squadra da fischi e contestazioni. D’altronde, se da un pomeriggio di scarsa vena si esce con un punto in più di distanza dal baratro, si può sospirare di sollievo. Prima di scendere in campo, con le ancora fresche ferite morali della batosta in casa Lazio, chi non avrebbe controfirmato il pareggio?

Ed allora, a bocce ferme, non resta che associarsi al coro ormai abituale che si solleva dalla Sud: “Chi s’accontenta gode…”.

Pierluigi Gambino

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