Fedeltà e attaccamento ai colori per la salvezza

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E’ profonda in noi la convinzione che le qualità assolute  di un giocatore, di un tecnico, di un direttore sportivo incidano ben più della precedenza milizia nel club in questione, ma è indubbio che la massiccia iniezione di genoanità attuata dal presidente Preziosi abbia subito cambiato, se non il volto, almeno l’anima del Grifone. In un sol colpo la squadra rossoblù ha ritrovato un antico, indomito combattente come Davide Nicola (seppur in altra veste), il suo miglior portiere dal Dopoguerra in poi ed un giocatore come Behrami pur sempre grato alla società che lo aveva lanciato nel grande calcio. Assieme con capitan Criscito e Sturaro, i nuovi innesti formano uno “zoccolo duro” di fedeltà ed attaccamento ai colori che rappresenta un valore aggiunto non trascurabile per un team che ha solo un obiettivo, e neppur così agevole, in questa stagione: scongiurare il peggio.
Le prime mosse del nuovo allenatore sono piaciute quanto le sue parole nella conferenza stampa del dopo-partita. Il torinese ha motivato con dovizia di particolari le sue scelte facendo soprattutto intendere che i problemi, anche gravi, restano tutti e che i tre punti piovuti dal cielo nella vigilia dell’Epifania ne renderanno più facile la ricerca di una soluzione. Lui non accetta il compito di dottore, ma che il Genoa fosse e resti malato è inconfutabile: ua sconfitta col Sassuolo avrebbe cagionato una sorte di agonia, il pareggio sarebbe stat accettabile in virtù dei risultati delle dirette concorrenti e la vittoria, giunta perdippiù in zona Cesarini, quando neppure il tifoso ottimista osava sperarla, ha fatto uscire dalla prognosi riservata ma non poteva guarire completamente.
Fuor di metafora, Pandev e compagni si sono ripresi il maltolto della sorte patito contro il Toro in una match deciso da episodi tutti favorevoli. Benvenuti i tre punti, ma il lavoro da compiere è ancora enorme. Se non altro, Nicola ha capito che questa rosa, al momento attuale, non può che affidarsi al pressing, al gioco negli spazi, alle verticalizzazioni improvvise piuttosto che allo sterile titic-titoc imposto da chi lo ha preceuto. Il Genoa di oggi non può permettersi altri lussi, ma la consapevolezza dei propri limiti, fresca conquista, è già un formidabile passo avanti. Restando nell’ambito dell’attuale organico, la situazione migliorerà quando Behrami e Sturaro avranno perfezionato il proprio stato di forma, Favilli avrà ripreso piena confidenza con il campo (confidando nell’assenza di un’ennesima ricaduta da infortunio…) e, soprattutto, se Schone dimostrerà di aver capito che nel campionato italiano – diverso anni luce da quello olandese – non ci si può limitare a dirigere il traffico ma occorre pure stringere i denti in fase di copertura.
In attesa di questo tipo di risposte, farà bene Nicola a spingere al muro il proprio datore di lavoro pretendendo qualche altro rinforzo che sia qualificante, vale a dire non un semplice prestito pescato tra i giocatori in crisi esistenziale o convalescenti da lunghi infortuni ma un elemento fisicamente sano e pronto a ad offrire in tangibile contributo. Le lacune da colmare, d’altronde, sono sotto gli occhi di tutti: servono almeno un attaccante (oltre al neo arrivato Destro, un’incognita assoluta) che sappia come buttarla dentro, un centrocampista centrale con muscoli, centimetri e tecnica, un esterno sinistro presentabile (al contrario del contestatissimo Pajac e del bocciato Barreca) e un centrale difensivo fisicamente prestante, in grado di far rifiatare i titolari. Rinforzi che sommati a quelli già in casa, farebbero pensare ad una vera e propria rivoluzione, ma esistono forse alternative, preso atto che l’organico di fine mercato estivo era (ed in parte lo è ancora) infarcito di calciatori inidonei a calcare i terreni della serie A…?

Pierluigi Gambino

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