Juric, un derby da sfavoriti e… la settimana più lunga del Genoa

Dunque, resta Juric, contro ogni logica, anche per un derby che si annuncia a senso unico. In questa discussa riconferma hanno inciso il desiderio di non bruciare con una sconfitta nella sfida più attesa il suo successore, ma ancor di più l’incertezza riguardo al candidato da scegliere per una svolta assolutamente improrogabile.

Parliamoci chiaro: se il mercato degli allenatori avesse sfornato personaggi plausibili in tutto e per tutto, il croato sarebbe già stato spedito a casa. Così non è, e soprattutto per questo motivo prosegue l’agonia di un rapporto sempre più sfilacciato e privo della necessaria fiducia. Gli scampoli di discreto gioco prodotti in queste ultime partite probabilmente stanno ingannando più del dovuto una società incapace di dare un taglio con il passato e prigioniera delle proprie insicurezze.

Ormai la stragrande maggioranza della gente genoana ha maturato l’idea che Juric andasse allontanato già in estate, una volta preso atto del numero irrisorio di partite vinte, due delle quali – quelle decisive ai fini della salvezza – maturate contro un’Inter e un Toro in totale disarmo. La stima per l’uomo e la consapevolezza di un accordo triennale che avrebbe pesato sul bilancio hanno spinto il Prez sulla pessima strada di un conservatorismo deleterio.

Sa chiaro, certi ko vengono da lontano: da anni di campagne di mercato al risparmio, infarcite di calciatori oltre la trentina o reduci da annate amarissime o con l’etichetta mai stinta di scommesse autentiche. Juric ha avuto il torto di ribadire un perenne “Signorsì” anche di fronte a mosse altamente avventate, accotentandosi di ottenere un buon numero di esterni d’attacco – compreso il preferito Ricci, sinora apparso inadeguato alla categoria – rivelatisi tutti fallimentari.
Intendiamoci, non è colpa del croato se a Ferrara Rigoni divora in apertura una palla gol sesquipedale e se i centrali difensivi si lasciano irridere da Paloschi in occasione del gol decisivo, ma la totale mancanza di reazione nell’ultima mezz’ora e quegli approcci così morbidi chiamano inevitabilmente in causa l’allenatore, il quale continua a cambiare formazione e spesso assetto da una partita all’altra esibendo un’allarmante confusione di idee.

Sabato Juric non si esimerà dal rivedere l’undici iniziale, affidandosi – come sempr accade in circostanze così delicate – ai veterani, confidando nel loro carisma. Sinora, almeno a parole o negli atteggiamenti, nessuno gi ha remato contro, anzi c’è chi ha perorato decisamente la causa di una sua permanenza, ma stavolta occorre ben più della semplice fedeltà al proprio mister. Vada come vada, serve giocare… da Genoa, secondo i canoni antichi di una compagine spesso inferiore tecnicamente ai “cugini” ma capace di sopperire con una sanguigna applicazione e con una rabbia agonistica che levati. Non è certo che basti, ma esiste forse una squadra alternativa?

Il resto toccherà al pubblico amico, che proverà a far pesare a livello vocale la superiorità di numero, nella speranza di sovvertire un pronostico del campo mai così avverso. L’atmosfera della stracittadina, in un passato remoto, spesso titillava l’orgoglio dei più deboli favorendo sentenze inopinate, ma nel calcio moderno le virtù caratteriali non rapresentano più un discrimine: chi è più bravo quasi sempre vince.

Ed è questa la considerazione più amara per il mondo genoano, sempre più deluso e indispettito, oltreché preoccupato per il risveglio non preventivato di rivali che erano viste come agnelli sacrificali. Oltre  alla Spal, anche Udinese e Crotone hanno fatto bottino pieno e il Verona esibitosi contro l’Inter non ha offerto l’impressione di un undici allo sfascio. Fondare le speranze di salvezza sui demeriti altrui potrebbe rivelarsi un fatale errore di calcolo.

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