Dodici appoggi per la rinascita. La storia di Simone

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Cosa c’è dietro una storia sportiva indipendentemente dal successo? La motivazione. Cosa può metterla a dura prova? Tante cose, un grave infortunio per esempio. Lo sport, soprattutto nel momento dell’attesa, a volte può esser tortura e ci vuole una fede enorme per riuscire a ricavarne il giusto piacere. La storia di atletica_calcagnoSimone Calcagno, triplista del CUS Genova e campione italiano Promesse 2013, si inserisce perfettamente nel solco della speranza. Quasi due anni ai box, un lungo calvario prima di scoprire la fine di un lungo tunnel di incertezze e di riassaporare gli odori della sabbia e i rumori della pista. Proprio come una volta. 

“Tutto iniziò nel 2014, sicuramente lo ritengo il mio anno migliore fino ad ora.
Quella stagione ho saltato tutte le gare tra 15.42m e 15,52m, si vedeva a vista d’occhio che valevo di più del mio personale e la costanza dei miei risultati ne dava la prova.
Arrivavo cosi a fine stagione ,che per me era la tappa di Rovereto, dove si svolgevano campionati italiani assoluti.

Ricordo che in riscaldamento già nelle qualifiche non mi dava tregua quel male inguinale che avevo battezzato “Pubalgia” e che già cercavo di combattere da due settimane.
Ma In gara l’adrenalina anestetizzo il tutto, ho gareggiato, sono arrivato sesto registrando un 15.51m con amarezza dato che avevo sbagliato rincorsa regalando almeno 30cm all’asse di battuta.
Tornavo a Genova la sera stessa, e mentre il male piano piano si faceva sempre più vivo, in me cresceva anche uno strano sentimento di delusione, come se quella fosse stata la mia ultima gara.
Ancora non sapevo che da li a poco si sarebbe scatenato l’inferno.

Quell’anno feci due settimane di vacanza e dentro di me ero felice, pensavo che quella “pubalgia” riposando sarebbe andata via e sarei stato pronto per settembre, ma non andò così.. Al mio ritorno stavo ancora peggio, iniziai a curarmi con la dott. Antonella Ferrario e il dott. Alberto Porri, diagnosi e fisioterapie erano all’ordine del giorno e così passarono i giorni, le settimane i mesi.. Nel frattempo mi feci vedere anche da altri “ Professoroni” che mi diagnosticarono sempre cose sbagliate e diverse che solo grazie ad Alberto Porri del centro medico Bobbio provammo a curare senza purtroppo risultati soddisfacenti.

Passai un intero inverno tra i fioterapisti, gli antinfiammatori e gli esercizi.. nella primavera del 2015 mi sembrava di aver finalmente risolto le cose, iniziavo a stare meglio.
Ma l’illusione da terapia duro poco, dopo 1 mese di allenamenti il dolore era addirittura più forte di prima, mi ricordo ancora il giorno che mi resi conto di non essere affatto guarito, ero al campo fontanassa di Savona e il tecnico Marco Mura mi prese un 150m, feci 16”61 ma una volta rialzato non riuscivo a camminare dal male. Il giorno seguente stavo riaffrontando l’ennesimo viaggio verso Pavia dove mi aspettava la dott. A.Ferrario, che sbalordita dal fatto che non fossimo riusciti a risolvere il problema mi disse di andare da Combi a Milano tra due giorni.

Il dott. Combi ( Ottima persona) una volta visitatomi mi fece una eco, ne avevo fatte almeno una decina già, dentro di me pensavo non trovasse nulla nemmeno sta volta.. e invece mi disse, eccola qua… SPORTS HERNIA.

Quella che mi aveva trovato non era una semplice ernia che si risolve in un paio di settimane, ma un infortunio nuovo, che solo da pochi anni riescono ad operare ed è poco frequente, difficilissimo da vedere.
Uscito dallo studio chiamai Roberto Pericoli, il tecnico di Fabrizio Donato dal quale dovevo andare il giorno seguente con l’aereo già prenotato per allenarmi nel centro delle fiamme gialle di Castel porziano, gli comunicai tutto e lui con grande dispiacere cercò di consolarmi..
Quell’estate mi operai, l’intervento era fissato per il 17 luglio a Milano..
Partito a notte fonda mentre ero in viaggio ricevetti la chiamata da mia zia che quella notte era mancato mio
nonno.

Per me fu una bella mazzata perché nonostante sapessi che da qualche mese ormai non stesse bene ero molto legato a lui e in quel momento ero anche piuttosto agitato per l’intervento.
Era il mio primo tifoso, teneva tutti gli articoli di giornale che parlavano di me e probabilmente costruirebbe fieramente anche questo dentro la sua cartellina rossa. Da quel giorno lo porto sul campo con me ogni allenamento dentro al mio cuore.
L’intervento andò bene, mi operò da ambe le parti, perchè nonostante avessi l’infortunio a destra il tessuto stava per cedere anche a sinistra.
Il mattino dopo non riuscivo a stare seduto, mi feci comunque dimettere in quanto quella mattina ad Arenzano si sarebbe tenuto il funerale, dato che era sabato ed era mancato venerdì non si poteva aspettare fino al lunedì per motivi evidenti.
In chiesa mi sentivo svenire nonostante fossi bombardato di antinfiammatori ma Se non ci fossi andato non me lo sarei mai perdonato.

Stetti fermo circa 2 mesi e poi iniziò la mia riabilitazione resa possibile SOLO ( e ci tengo a precisarlo) grazie all’aiuto di Graziella Rodonò con la quale giorno dopo giorno al campo feci piccoli miglioramenti costanti.
il primo giorno di ottobre con Graziella mi ricordo che non riuscivo nemmeno a fare un giro di campo completo senza sentire tirare tutta la zona dell’addome tirare ed infiammarsi, ero davvero demoralizzato, la strada si prevedeva tutta in salita.. da solo probabilmente non ci sarei riuscito.
Passarono cosi 7 mesi, iniziavo a stare bene, a gestire il dolore e fu proprio in quel momento che ricevetti la mazzata più dura.
In palestra, mi cadde un bilanciere vuoto sull’alluce e me lo ruppe.
Inutile dire che in quel momento mi cadde il mondo addosso, avevo fatto tanta strada e proprio nel momento in cui intravedevo la luce mi succedeva tutto ciò!!

Ma io ho la pelle dura. ricominciai da capo.
Stampelle, fiseoterapia e riabilitazione in piscina, e sempre insieme all’aiuto costante di Graziella riuscii a superare anche questa e tornai sul campo.
Solo uno sciocco poteva pensare che fosse finita così…
Era marzo 2016, non fece in tempo a passare un mese, il dito rotto mi aveva costretto a sovraccaricare la gamba destra inconsciamente e così una bella mattina mentre correvo un 120m mi strappai il bicipite femorale.
Ero incredulo ed arrabbiato.
Ma come ho già detto, non sono un tipo che molla…
Il giorno dopo ero di nuovo sotto le mani della Ferrario. Due giorni dopo iniziai subito la fisioterapia al centro Bobbio con il dott.Porri che mi fece tornare il pista in
tempo record.

Ora a 22 mesi di distanza dalla mia ultima gara è fissato il mio nuovo esordio.
La tappa è quella di Sesto fiorentino il 21 maggio, nell’occasione gareggerò con metà rincorsa in quanto non sono ancora pronto per affrontare un salto completo. 
Non ho idea di cosa aspettarmi, ho avuto molti problemi ed ho cambiato molte cose.
Per me se dovessi tornare a gareggiare è già una vittoria in quanto so che la maggior parte degli atleti per infortuni così problematici avrebbero mollato.

In ogni caso ci tengo a ringraziare la mia famiglia, la mia fidanzata e tutte le persone che mi sono state vicine e mi hanno aiutato in questo lungo buio periodo tra le quali il dott.Porri, la dott. Ferrario, il dott.Combi il tecnico Graziella Rodonò ed il mio sponsor personale Diadora che non mi ha lasciato solo un momento”.

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